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Il mio discorso di insediamento del nuovo mandato amministrativo

Il discorso che ho pronunciato in Consiglio comunale questa sera dopo il giuramento di lealtà alla Costituzione, all’insediamento del nuovo mandato amministrativo:

Signor Presidente dell’Assemblea, signore e signori Consiglieri ed Assessori, cittadine e cittadini,

l’avvio di un nuovo mandato amministrativo è sempre preziosa occasione per riflettere su quanto ci si vuole impegnare a fare: non è questa l’occasione per discutere dei progetti e delle idee concrete – lo faremo nel prossimo Consiglio comunale discutendo e votando gli indirizzi programmatici dell’Ente – ma delle idealità e delle motivazioni che hanno spinto e condotto noi tutti ad assumere questi incarichi, per volontà espressa dal corpo elettorale.

L’onore e l’emozione che vivo anche questa volta in tale momento ufficiale sono spiegabili solo con il fatto che quanto compiamo questa sera è una sorta di rito laico, di liturgia solenne (dove “liturgia”, per altro, significa “azione del popolo”) che scaturisce dalle regole della democrazia.

Democrazia che vede nella Repubblica e nella sua Costituzione i baluardi ed i riferimenti per ogni azione da compiere.

Proprio questa settimana, il 2 Giugno, celebreremo il 66° anniversario della Repubblica italiana e anche questa volta avrò il piacere di consegnare ai giovani che in questo anno compiono la maggiore età, una copia della Carta costituzionale, perché venga sottolineato – come accade appunto nelle liturgie – il senso ed il profondo significato di una appartenenza comunitaria e di un nuovo status che viene ad essere acquisito.

Il giuramento appena pronunciato evoca quindi le radici del nostro stare insieme: voglio dunque ricordare quanti hanno combattuto e dato la vita per liberare l’Italia e la nostra città dal nazifascismo e coloro che dall’avvento della Repubblica hanno servito le istituzioni democratiche di Cernusco sul Naviglio impegnando le loro migliori energie per il bene della nostra città.

Cinque anni fa, in questa stessa occasione, ricordai che «l’etimologia della parola “sindaco” rimanda al greco Sýndikos, che significa “amministratore di giustizia”». Un amministratore, un giudice, ha certo molti collaboratori per poter adempiere al proprio ruolo, ma in ultima analisi resta lui solo a dover decidere come “amministrare la giustizia”; così accade che l’impegno assunto – nonostante consenta e in qualche modo costringa ad avere relazioni anche intense con molte persone, con tante realtà organizzate, con numerose altre istituzioni – di fatto porti a vivere una sorta di solitudine. Tutto ciò è frutto dell’enorme distanza che separa i nostri buoni intenti ed ideali con la prassi ordinaria, è frutto del fatto che le grandi decisioni sono prese altrove e noi non abbiamo alcun modo per incidere sulla loro portata, è frutto del fatto che la complessità del ruolo porta a dover sacrificare in qualche misura la famiglia e i gli amici più cari, è frutto del fatto che l’attuale sistema di rappresentatività democratica non vede più i partiti capaci di mediare tra lo Stato e la società. Molte responsabilità si riversano sulle spalle di un Sindaco, di Assessori, di Consiglieri comunali; ma – mi sia consentito – certamente tale peso è maggiormente portato dal primo cittadino, che in verità è anche l’ultimo, poiché si mette al servizio di tutti. Come ha recentemente scritto il Sindaco di Forlì Roberto Balzani nel suo libro “Memorie inutili di un sindaco” c’è «un luogo della responsabilità e della decisione che non è condivisibile con alcuno… e, fatalmente, fa percepire al sindaco la sua unicità».

Davanti a noi stanno anni difficili, per i quali non possiamo ancora intravedere un orizzonte meno agitato e fosco; ma il mio ruolo mi impone di credere fermamente solo in un sogno positivo; come Amministrazione vogliamo usare ogni nostra energia perché nonostante la crisi e le grandi difficoltà si possa sognare e costruire una città ancora migliore di quella che viviamo. Il nostro agire non potrà che essere «un’avventura, un perdersi», senza per forza dover «vedere chiaro e piano» (cit. don Primo Mazzolari) ogni dettaglio e ogni singolo effetto delle nostre decisioni, poiché il tempo che abbiamo a disposizione per compiere il nostro mandato – lo vedrete – scorrerà via veloce in men che non si dica.

Ai numerosi giovani che sono presenti in questo Consiglio comunale e a quelli che ci ascoltano in aula Spinelli e via radio, dico che stiamo vivendo un periodo davvero complicato oltreché critico, nel quale – paradossalmente – le generazioni più anziane sostengono economicamente e socialmente quelle più giovani: pare che sia Anchise e non Enea a portare sulle spalle il peso dell’altro. Voi avete il compito di invertire e regolarizzare il rapporto, perché si torni ad avere un figlio che sostiene il padre, e non viceversa. Ciò vale per la situazione economica e del sistema di welfare italiano, ma anche per le trasformazioni politiche in atto: avete un ruolo da giocare, spazi da conquistare e un compito difficile da eseguire. Ma ci siete, avete un ruolo, avete energie per fare: usatele e non state alla finestra in attesa che qualcuno vi faccia posto; quel posto è già vostro! Questo richiamo all’Eneide di Virgilio e alla vicenda di Enea e Anchise mi porta a citare un passaggio di quell’opera (709-710) che diventa un augurio per il percorso ed il lavoro di noi tutti: «Dovunque cadranno le sorti, uno e comune sarà il pericolo, una per ambedue la salvezza». Lavorando uniti e convinti di operare per il bene della città riusciremo a superare ogni difficoltà, ogni divisione, al di là di ogni democratico e corretto confronto politico.

L’augurio che mi faccio è che ogni volta che avremo da discutere e votare un provvedimento, il vostro modo di porsi davanti ad esso sia quello che il Sindaco di Firenze Giorgio La Pira suggeriva al suo Consiglio comunale: «non (…) il voto a un uomo o a un gruppo di uomini, ma (…) l’indicazione di opere concrete da compiere».

Del resto, fortunatamente, per quanto potremmo lungamente dibattere e confrontarci, non siamo chiamati a stabilire nessuna verità; non è infatti compito della democrazia decidere quale sia la verità, ma grazie al principio maggioritario la democrazia definisce quale sia l’orientamento prevalente in una data circostanza, su un dato provvedimento. Questa consapevolezza dovrebbe aiutare tutti noi a rendere meno spigolosi i nostri rapporti e le nostre argomentazioni. Dopotutto – e questo è il bello della democrazia – siamo tutti qui provvisoriamente e temporaneamente, in attesa che una nuova competizione elettorale definisca un altro scenario. Ma questa provvisorietà e temporaneità del servizio che siamo chiamati a svolgere non ci deve affatto impedire di guardare lontano, di ragionare in termini prospettici al dopodomani, perché le scelte di oggi devono avere effetti nel lungo periodo. Diversamente ci faremo prendere dalla “sindrome del presente” che costringe a guardare all’immediato, al tornaconto facile, alle logiche delle piccole botteghe. Noi invece non dobbiamo avere paure di scelte difficili e complesse, di scelte anche impopolari, se queste garantiscono alla città un benessere ed un futuro migliore.

Sforziamoci allora tutti di porre in essere una narrazione, una visione della città che sia un’immagine viva e pulsante, nella quale i protagonisti sono le generazioni che abbiamo davanti!

Ci impegniamo, all’inizio di questo nuovo mandato, in un clima generale del Paese che non è certo favorevole alla politica, anzi, che vede in essa una delle cause dei mali stessi del Paese. Se siamo qui, se ci siamo candidati e ci siamo impegnati, è perché abbiamo un’idea diversa della politica rispetto a quello che forse oggi pensa la maggioranza degli italiani: crediamo ancora nel servizio, siamo certi che dedicare una parte della nostra vita al bene pubblico sia un utile dovere civile, aborriamo i privilegi, agiamo con passione contagiante, siamo disinteressati (nel senso – ovviamente – di non avere tornaconti personali), non ci mancano le idealità, crediamo nella coerenza. È testimoniando personalmente tutto ciò che possiamo contribuire a far di nuovo innamorare la nostra gente della politica e del bene comune. Sarà occupandoci con tale stile delle molte cose da fare che contrasteremo questo impeto di antipolitica, causato certamente da comportamenti personali disonorevoli. Tiriamoci su le maniche dunque e occupiamoci della città con i limiti che le leggi dello Stato oggi ci impongono. Occupiamoci di tutti, lavoriamo per tutti, anche «per il bastardo che sta sempre al sole / per il vigliacco che nasconde il cuore / per la nostra memoria gettata al vento / da questi signori del dolore» – come recita la bella canzone di Roberto Vecchioni – perché solo così potremo far tornare un’ideale rima tra le parole “politica” e “amore”.

 

Grazie per l’attenzione e buon lavoro a tutti!

 

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Eugenio

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